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 Santa Caterina da Siena

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Mikhael



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Data d'iscrizione : 20.03.10

MessaggioTitolo: Santa Caterina da Siena   Ven 29 Apr 2011, 20:54

Questa straordinaria mistica, proclamata nel 1939 da Pio XII patrona principale d'Italia con S. Francesco d'Assisi, è nata a Siena il 25-3-1347, penultima dei venticinque figli di Giacomo Benincasa, modesto tintore di pelli nel rione di Fontebranda, e di monna Lapa Piacenti. Fin dai primi anni essa fu attratta alla pietà da Tommaso della Fonte, suo nipote, che aspirava alla vita domenicana. A sei anni Caterina vide, per la prima volta, Gesù Cristo assiso, in abiti pontificali, su un bellissimo trono sospeso sulla chiesa di S. Domenico; a sette, emise il voto di perpetua verginità; a dieci rifiutò le nozze, offertele dalla mamma, tagliandosi i capelli e manifestando ai familiari furenti l'irremovibile sua volontà di non infrangere la promessa fatta. Il babbo, mite e pio, impose a tutti di non molestarla più, ma la focosa genitrice continuò a piangere e a gridare quando la sorprendeva a flagellarsi senza pietà, cingersi i fianchi con una catena di ferro, nutrirsi soltanto di pane, erbe crude e acqua, dormire sopra delle assi.
Benché non avesse che sedici anni, la santa fu accolta tra le Sorelle della Penitenza le quali, pur vivendo in famiglia, seguivano una regola speciale sotto la guida di una priora e di un frate Predicatore, si riunivano per la preghiera in comune nella cappella delle volte in San Domenico e assistevano i poveri e gli ammalati. Per il mantello nero che portavano sulla veste bianca, stretta ai fianchi da una cintura di cuoio, il popolo le chiamava Mantellate. All'inizio del nuovo genere di vita il demonio, furente, la tentò violentemente d'impurità, ma la santa trionfò invocando il Signore che le apparve crocifisso e le concesse d'imparare a leggere il breviario e la Bibbia. Per tre anni visse nel raccoglimento della sua celletta. Al termine del carnevale 1367 il Signore le apparve con sua Madre e altri santi per sposarla a sé nella fede. L'anello, adorno di rubini, che le fu messo al dito, era visibile soltanto ai suoi occhi.
Da quel momento Caterina si sentì spinta a uscire dal suo ritiro per darsi alla vita attiva a favore della famiglia, caduta in povertà dopo la morte del padre e soprattutto degli indigenti, alle porte dei quali, di notte, portava sovente pane, vino, farina e uova. I suoi familiari dovettero ben preso accorgersi che la carità di lei non solo era benedetta, ma anche miracolosa. A Siena è ancora proverbiale "la botte di S. Caterina", da cui per oltre sei mesi spillò vino che avrebbe dovuto bastare al massimo per venti giorni. In un tempo in cui gli odi mortali, la peste, la lebbra e il cancro facevano strage di anime e di corpi, la santa, munita di un bastone e di una lanterna, entrava nelle case dei contendenti per mettere pace, nei lazzaretti e negli ospedali per servire, consolare, convertire e aiutare a ben morire i sofferenti. Dio la ricompensava con grandi e continue visioni. "Io sarò sempre con te, le disse un giorno, sia che tu vada o che ritorni, e porterai l'onore del mio nome e la mia dottrina a piccoli e grandi, siano essi laici, chierici e religiosi. Metterò sulla tua bocca una sapienza alla quale nessuno potrà resistere. Ti condurrò davanti ai pontefici, ai capi delle chiese e del popolo cristiano affinché, per mezzo dei deboli, come è mio modo di fare, io umilii la superbia dei forti".
Tuttavia, molti dubitarono dei suoi carismi quali il discernimento degli spiriti, la profezia, il dono dei miracoli e il potere di convertire i peccatori più induriti. Per i prolungati digiuni, le consorelle la consideravano un'ipocrita e un'esaltata. Nel 1371 non era vissuta per cinquantacinque giorni soltanto della comunione? Una mantellata cancerosa era persino giunta ad accusarla d'impudicizia nelle cure che eroicamente le prestava. Ne dissero tante sul suo conto che religiosi e dottori di teologia si ritennero in dovere di esaminarla. Nessuno riuscì mai a confonderla, anzi quanti ebbero relazioni con lei si posero alla sua sequela. La bella brigata che la "dolcissima mamma" dirigeva nelle opere di carità e che riprendeva anche di peccati occulti, era composta di una settantina di persone provenienti da ogni ceto sociale.
La fama della sapienza e della santità di Caterina l'aveva messa pure a contatto del mondo politico-ecclesiastico. Verso il 1372 aveva esposto con franchezza al legato pontificio in Italia, Pietro d'Estraing, la necessità di riformare i costumi del clero, di trasferire la Santa Sede a Roma da Avignone dove risiedeva dal 1309, e di organizzare una crociata contro gl'infedeli. Poiché ella, analfabeta, visionaria, si permetteva di dettare lettere per eminenti personaggi, nel 1374 fu chiamata a Firenze davanti al Capitolo generale dei Domenicani. I superiori dell'Ordine ne riconobbero l'ortodossia e l'affidarono alla direzione di frate Raimondo delle Vigne da Capua (1330-1399), nominato lettore di teologia a Siena, che la difese da contrasti di ogni genere e che di lei lasciò una biografia, vero capolavoro agiografico.
Quando Caterina ritornò a Siena, trovò la città devastata dalla peste. Prestando servizio ai malati anch'essa fu colpita dall'epidemia. Gregorio XI frattanto preparava la crociata. Oltre che ai principi cristiani, egli volle affidarne la propaganda anche alla vergine senese la quale stabilì, nel 1375, il suo quartiere generale a Pisa. Mentre dettava le sue lettere d'incitamento a re, principi e capitani di ventura il 1° aprile ricevette le stimmate nella chiesa di Santa Cristina, che rimasero invisibili fino alla morte. Il progetto della crociata, però, dovette essere abbandonato perché Firenze, dopo aver firmato una lega con i Visconti di Milano, lavorava alacremente per indurre ottanta città dello stato pontificio a ribellarsi al mal governo del papa francese. Quando scese in guerra contro di lui, creò una magistratura straordinaria composta di otto membri, chiamati per dileggio dal popolo "gli otto santi". Il papa li scomunicò e lanciò l'interdetto su Firenze.
Caterina, a ventinove anni, per volontà di Dio si trasformò in ambasciatrice. Ella riconobbe francamente i torti di entrambe le parti, ma allo spettacolo delle bande di ventura che stavano per calare in Italia scrisse al papa avignonese: "pace, pace, babbo mio dolce, e non più guerra". Per pacificare gli animi accettò di recarsi alla corte papale di Avignone con una comitiva di ventitré persone capeggiate dal P. Raimondo da Capua. Il pontefice subì il fascino della santità conquistatrice di Caterina, ma la sleale politica di Firenze, che segretamente voleva la guerra, mentre intavolava trattative di pace per gettar polvere negli occhi del popolo esasperato, impedì il successo della Mantellata. Tuttavia la Provvidenza aveva evidentemente condotto ad Avignone Caterina, erede della missione di S. Brigida, affinché spronasse Gregorio XI a trasferire la Santa Sede a Roma. La "vile donnicciola" - così la consideravano i cardinali - trionfò dei sofismi di tanti inquirenti, delle persecuzioni delle dame di corte, dei raggiri del re di Francia e continuò a scrivere, a supplicare, a pregare e a fare penitenza. Un giorno in cui le opposizioni dei cardinali francesi e dei parenti del papa si erano fatte più accanite, svelò al "dolce Cristo in terra" il voto segreto che lui aveva fatto, il giorno della sua elevazione al soglio pontificio, di trasferirsi a Roma. La prodigiosa rivelazione tolse a Gregorio XI ogni esitazione. Il 17-1-1377 la Città Eterna potè accogliere festosamente il suo legittimo pastore dopo settant'anni di assenza.
Caterina, ritornata a piccole tappe a Siena, dopo aver istituito a Belcaro una comunità di Domenicane, compì un viaggio nella Val d'Orda per pacificare i due rami dei Salimbeni in lotta tra di loro. La sua attività missionaria fu talmente intensa che i tre sacerdoti che abitualmente la seguivano per le confessioni erano insufficienti al bisogno. Il demonio sovente sfogò contro la santa il suo odio sollevandola per aria e lasciandola cadere nel fuoco, o sbalzandola di sella dell'asinello che cavalcava. Caterina scherniva l'invisibile "Malatasca" senza perdersi d'animo. Scrisse ai senesi, sospettosi di una sua congiura contro di loro: "Noi siamo posti a seminare la parola di Dio e raccogliere il frutto delle anime... per altro non venni se non per mangiare e gustare anime, e trarle dalle mani del demonio. La vita voglio lasciare per questo, se io ne avessi mille".
Tanto zelo lo traeva dalla comunione, che avrebbe ricevuto volentieri tutti i giorni. Incompresa dai primi confessori, Tommaso della Fonte e Bartolomeo Dominici, sovente le fu negata con umilianti e cattivi trattamenti. Più comprensivo fu il B. Raimondo al quale la santa aveva preso l'abitudine di dire confidenzialmente, quando desiderava comunicarsi: "Padre, ho fame! Per amore di Dio, date il cibo all'anima mia". Alcune volte le sue comunioni furono prodigiose.
All'inizio del 1378 Caterina ricevette dal papa, tramite il B. Raimondo, Priore del convento della Minerva a Roma, l'ordine di lavorare per il ristabilimento della pace tra la Santa Sede e Firenze. Sulle rive dell'Arno la sua missione fallì tra un tumulto e l'altro, che misero in pericolo la sua vita. Più tardi si lamentò di non aver potuto cogliere "la rosa rossa del martirio". Quando la pace fu conclusa dal nuovo papa Urbano VI il 28-7-1378 a Tivoli, Caterina ritornò a Siena a proseguire il suo colloquio con l'Eterno Padre, e a dettare il Dialogo della Divina Provvidenza frutto dei suoi insegnamenti e delle sue esperienze mistiche.
L'orizzonte però andava oscurandosi per la minaccia di uno scisma. Benché Caterina fin dal 1375 lo avesse previsto, moltiplicò le sue lettere. Non conseguirono l'effetto desiderato perché a Fondi tredici cardinali, veri "demoni incarnati", al dire della santa, elessero il 20-9-1378 un antipapa nella persona di Clemente VII per ripagarsi delle asprezze di parole e durezze di modi di Urbano VI. Furono accantonate le idee della crociata e della riforma. Per arginare la divisione della cristianità in due blocchi contrastanti, Caterina, che il legittimo papa aveva "in gran riverenza", si recò a Roma con un gruppo di discepoli il 28-11-1378. In concistoro essa parlò per rianimare il sacro collegio, per calmare la violenza del papa e organizzare una vera crociata contro Clemente VII.
Per questo trasformò la sua dimora in un centro della politica ecclesiastica e chiamò a Roma gli uomini più spirituali. Sua principale occupazione fu quella di pregare, fare penitenza e mandare messaggi ai regnanti e alle repubbliche italiane per "far muro" al dilatarsi dello scisma, stringerli attorno al legittimo pastore onde procurargli soldati e denari. Mentre il B. Raimondo si recava presso il re di Francia, Carlo V, per distaccarlo da Clemente VII, ella premeva sulla regina Giovanna di Napoli per farla aderire a Urbano VI. I loro comuni sforzi non approdarono a nulla. Con l'aiuto del condottiero Alberico da Barbiano, il legittimo papa, il 30-4-1379, sconfisse a Marino le truppe clementine, ma lo scisma continuò a dilacerare la Chiesa per quarant'anni.
Per placare la divina giustizia, Caterina si offerse vittima. Il papa sarà salvo, ma ella diventerà l'incudine delle vendette diaboliche soprattutto negli ultimi mesi di vita. Il 26-2-1380 mentre pregava nella basilica di S. Pietro fu vista impallidire e accasciarsi a terra tramortita. Aveva avuto l'impressione che la navicella della Chiesa le fosse stata posta sulle esili spalle. Per tutto il tempo che visse rimase paralizzata dalla cintola in giù, e pregò incessantemente per la Chiesa, il papa, i cardinali e la riforma. Ai suoi seguaci ordinò di abbracciare la vita religiosa. Esausta dalle fatiche morì il 29 aprile, ridotta a pelle e ossa, dopo aver detto: "Padre, nelle tue mani raccomando l'anima mia!".
Caterina da Siena fu canonizzata da Pio II nel 1461. Le sue reliquie riposano sotto l'altare maggiore della basilica di Santa Maria sopra Minerva a Roma. La testa di lei fu portata a Siena nel 1384 e collocata in San Domenico alla presenza di monna Lapa, risuscitata da morte dalla figlia. Paolo VI il 4-10-1970 dichiarò Caterina dottore della Chiesa.


Si ringrazia il sito http://www.santiebeati.it e l'autore del testo Guido Pettinati

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